Scritti Erranti

(e servizi editoriali)

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Passano sempre meno libri tra le mani degli italiani. I lettori, di tutte le età, sono diminuiti. Secondo l’Istat, nel 2011 sono poco meno di 26 milioni quelli che hanno letto almeno un libro, il 45,3% della popolazione. L’1,5% in meno rispetto al 2010. Di questi 26 milioni quasi la metà non ha letto più di tre libri che non fossero legati a motivi scolastici o professionali. Solo il 13,8% appartiene alla categoria dei lettori “forti”, quelli che cioè hanno letto almeno un libro al mese. Il primato resta alle donne, il 51,6% legge almeno un libro all’anno, contro il 38,5% degli uomini. Una differenza marcatissima tra i 15 e i 44 anni, ma che tende a stabilizzarsi oltre i 60 anni.

Librerie italiane vuote. Diminuiscono i lettori - Repubblica.it

L’annuale fotografia di un Paese culturalmente disastrato.

(via nipresa)

(via dottorcarlo)

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con un’operazione del genere l’editore si presenta nella veste di imprenditore che vende, non certo di imprenditore che compra né tantomeno di quello che investe: vende agli autori su cui fino a ieri investiva. Vende ai sognatori il suo marchio e il suo prestigio, agli ambiziosi il sogno di una copertina con il nome e un bel logo, ai frettolosi l’aspirazione a una fama di cui promette di essere veicolo. L’editore vende agli autori, mentre un tempo li pagava.

Niente di male: se ci sono così tante persone che accettano – sono stati 4.000 i partecipanti alla scorsa edizione de Ilmioesordio e sono migliaia gli iscritti alla community de Ilmiolibro – evidentemente è una scelta che rende. Sicuramente di più di quella di investire su un bacino di editor in gamba in grado di leggere e giudicare senza fretta i manoscritti che arrivano, attribuire patente di pubblicazione o motivare con serietà le ragioni per cui un testo è ritenuto non pubblicabile, migliorare un testo, seguire l’autore nella sua crescita e nella sua affermazione, difenderne le idee o la libertà di esprimerle e possibilmente godere anche economicamente dei frutti delle proprie fatiche. Tutto questo per il profitto, certo, ma magari anche per amore verso i libri. A quando allora gli investimenti in redazioni ampie e ben pagate?

Feltrinelli investe in redattori? No, nella Scuola Holden

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DIECI MOTIVI PER NON APRIRE UNA CASA EDITRICE

1. Tanto non ci guadagnerete. Inutile guardare con occhioni luccicanti quei due o tre che, negli ultimi 10 anni, sono passati da “piccoli editori” a “grandi editori” grazie a una botta di culo, a un autore azzeccato o magari alla loro bravura. Fateci caso: appena hanno potuto, TUTTI hanno venduto la loro casa a un grosso gruppo editoriale.
2. Gli autori italiani sono dei rompicoglioni. A parte qualche serio professionista (che, tanto, è già pubblicato da una qualche grossa casa…) avrete a che fare con ragazzine brufolose che cercano di piazzare la loro tri-penta-decalogia fantasy con gli splendidi (barrare la casella): Elfi [] Vampiri [] Personaggi della loro serie manga preferita []. E peggio ancora, spesso queste ragazzine brufolose sono maschi.
3. Dichiarare di essere editore equivale a chiedere di essere molestati intellettualmente, come dichiarare di essere superdotato in un raduno di ninfomani. Grossomodo 5 italiani su 6 scrivono, hanno scritto o hanno un amico che scrive – “ma bravo eh!”. E ti chiedono di pubblicare. E se non lo fai vedi (5).
4. Dovrete fare un altro lavoro, un lavoro “vero”, per mantenervi. Solo che fare l’editore occupa un casino di tempo, proprio tanto. Se riuscite a stare tre giorni senza dormire, ok. Altrimenti lasciate perdere.
5. Sarete editori. Ovvero quelli che appartengono al Malvagio Sistema che Pubblica Solo gli Amici (e, al limite, gli Amici degli Amici). Ci sarà gente disposta a criticarvi perché “a pag. 3.423 dell’edizione italiana del libro avete spostato la virgola in una frase. Ci sarà gente che, non trovando altro, vi chiederà come mai le immagini del vostro libro illustrato sono ridotte dello 0,003% rispetto a quello americano, affermando che questo “impedisce di godere appieno il libro”.
6. Vi verrà un fegato così a vedere le cosiddette “associazioni culturali con diritto d’edizione” che pubblicano libri, come voi, ma che non pagano nemmeno la metà dei balzelli che pagate voi. Certo, loro non hanno “scopo di lucro”, voi sì – ma fidatevi, rimarrà uno scopo irraggiungibile comunque.
7. Vi farete tanti, tanti, taaaanti nemici – soprattutto tra la gente che avrete aiutato. Magari, mossi da sincera convinzione che “più siamo meglio stiamo”, aiuterete qualcuno ad aprire una nuova casa editrice, gli presenterete tipografi e scrittori. Poi vi troverete coloro che avete aiutato saltarvi alla gola sui forum, perché voi siete “editori vecchio stile” mentre loro representano il nuovo che avanza…
8. Non riuscirete a smettere. “Ancora un libro, poi si chiude.” Oppure: “Se quest’anno non vendiamo almeno tot, basta.”. Ok. Ci credete davvero che chiuderete? Leggetevi La Coscienza di Zeno…
9. Andrete in rovina. A meno che il vostro lavoro “normale” non produca redditi pari al bilancio del Dubai, userete tutti i vostri soldi per “tappare” i buchi della casa editrice. E, se l’avete aperta con degli amici, presto avrete amici in meno.
10. Ogni anno, a gennaio, vi verrà una botta di depressione perché “Lo avevo detto io, l’anno scorso, che bisognava chiudere, ma i miei soci me lo hanno impedito…” Salvo poi ricordarvi che non avete soci.

Dieci motivi per non aprire una casa editrice

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discernere è il compito del pensiero critico. Dico “discernere”, che mi sembra diverso dall’operare separazioni nette. Ma per quanto riguarda l’esempio Saviano / Gomorra, proprio il Book Bloc può aiutarci, perché quel fatidico 14 dicembre ci ha offerto la rappresentazione più plastica ed esplicita di una ribellione del libro al suo autore (e viceversa, ovviamente). Perché Saviano condannò gli scontri e la “violenza”, partendo da un’analisi a nostro dire del tutto erronea (che purtroppo ribadì nei giorni seguenti), mentre Gomorra era sugli scudi, era uno dei libri del Book Bloc, e a quegli scontri prese parte.

Non sono del tutto d’accordo, quindi, con chi pensa che su Gomorra graverà sempre l’ipoteca del suo autore ormai – e certo non solo per sua colpa – troppo larger than life. Credo che Gomorra sia un’opera destinata a svincolarsi, presto o tardi. Ne ha manifestato l’intenzione. Ma su questo rimando all’analisi più dettagliata che feci due anni fa nella mia risposta a Tiziano Scarpa.

Detto ciò, io spero che un giorno anche Saviano riesca a “desavianizzarsi”, perché comunque gli voglio bene. Ma non dipende solo da lui.
Wu Ming 1 (via dottorcarlo)

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Nell’avvicinarsi della seconda guerra mondiale Bertolt Brecht definì sarcasticamente il modo in cui i filosofi della Scuola di Francoforte vi si preparavano «il Grand Hotel sull’orlo dell’abisso». Con facile battuta, si potrebbe parlare degli atteggiamenti messi in atto, di fronte alla crisi che si annuncia e sovrasta tutti, dagli artisti, saggisti, giornalisti, funzionari della cultura e delle politiche culturali italiani e in molto minor misura europei, come di un «motel sull’orlo dell’abisso».

E c’è da stupirsi che tra le tante e geniali invenzioni dei nostri assessori alla cultura e dei loro consulenti non ci sia stato chi abbia pensato, in questa estate 2011, a un festival della crisi e magari dei possibili abissi, in mezzo i tanti festival nuovi, dei sensi e della felicità, del pensiero e della parola (e cioè, come tutti, della chiacchiera), della religione e dell’etica, della storia e della matematica, della scienza e del diritto… Senza dimenticare i super-festival «storici» di Venezia e di Mantova.

Pensavamo che, con la crisi iniziata nel già lontano 2008, con i tagli ministeriali, con la perdita di peso degli assessori alla cultura quali grandi procacciatori del consenso ai partiti, e insomma con le considerazioni che bisognerebbe far tutti su un regime e un’epoca morenti e la conseguente necessità di un cambio di rotta, pensavamo che anche la voga dei festival culturali, costosa e spettacolare e per forza di cose allegrotta (festival viene da festa) andasse scemando. E invece no, quest’anno ci sono più festival dell’anno scorso e i nuovi hanno titoli e temi i più originali e bizzarri. Sulle passerelle i nomi noti e meno noti, seri e meno seri della cultura non cessano di sfilare e pontificare applauditi da un pubblico ora scarso, quando i nomi non sono proprio famosi, anche se magari sono i più seri, e ora massiccio, quando sfilano i super-divi – spesso super-pagati perché trascinano folle, come si dice, «da stadio», al contrario degli altri cui spesso non si dà che viaggio e ospitalità perché si accontentano di poter sfilare.

Il motel - o il circo - sull’orlo dell’abisso? Certamente il Paese non sembra ancora rendersi conto dei tempi che corrono, e il lungo trentennio 1980-2010 ha provocato un sonno/sogno collettivo che esclude nei più la capacità di rendersi conto e soprattutto di reagire. Si uscì da un altro e più pesante fascismo, il «ventennio» per definizione, grazie a una guerra mondiale e a due anni di guerra civile. Da questi 30 anni senza tragedia si esce castrati nelle nostre reazioni, e quand’anche qualcosa ce la faccia a muoversi, ecco che tutti i partiti e le istituzioni concordemente fanno quadrato e condannano senza discutere, sia che si tratti di un voto massiccio (il referendum, dei cui sbalorditivi risultati i partiti si sono serviti solo per aggiustare i rapporti tra loro: due cose in più a te e due in meno a me e sul fondo nulla che cambia), di una chiara manifestazione di disobbedienza civile o di una sassaiola – e in quest’ultimo caso il «sistema» si ricompatta con una rapidità supersonica. Ma è ben poco quel che si muove, anche se destinato ineluttabilmente a crescere, data la miseria della risposta istituzionale alla crisi.

E’ chiaro - vedi gli Usa - che i super-ricchi rifiutano di essere loro a pagare per i guai che hanno combinato. È chiaro che coloro che sono preposti alla soluzione della crisi sono gli stessi che l’hanno provocata, e che i mezzi che usano sono gli stessi che hanno portato alla crisi. E’ chiaro che il loro ricatto è la parabola di Menenio Agrippa. Siamo sulla stessa barca, dicono i potenti, e invece no, siamo su due barche diverse, e loro faranno di tutto perché ad affondare per prima sia la nostra.

Che i tempi che si annunciano siano molto bui, che il ritorno dalle ferie sarà per i più o malinconico o spaventante, e per alcuni forse anche tragico, e che il governo del pianeta e dell’Italia sia in mano a degli irresponsabili, dovrebbero essere cose chiare a tutti. «Que se vayan todos!» hanno gridato gli spagnoli, e sono riusciti quantomeno a mandare a casa Zapatero, che non è certo peggiore di Berlusconi (o di Bersani), mentre i motti della maggioranza del nostro popolo continuano a essere, più o meno, «chi se ne frega» e «pensa a te e alla famiglia tua», e quello degli intellettuali e artisti «che conta il resto, se posso esprimermi, e farmi conoscere e comprare?». Dunque: viva i festival e le feste e le sagre dell’estate - l’ultima estate buona per consumare ciò che resta dell’abbondanza di ieri? L’estate è nel suo pieno e la festa continua, la grande fiera delle illusioni, il grande festival dei lotofagi. Ci sembra opportuno tentare di rovinare la festa a qualcuno, facciamo dunque le Cassandre: l’estate dura pochissimo, l’inverno è molto vicino, tra tre mesi ci siamo.
Goffredo Fofi, Ma che belli questi festival che danzano sull’orlo dell’abisso (via dottorcarlo)